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SANITA' RISPONDE
FONTE: Il Sole 24 Ore Sanita' del 30/09/2008 N. 38 30 SET.-6 OTT. 2008 p. 30
AL COORDINAMENTO NEL CONTRATTO
Sono piu di due anni che l'azienda in cui lavoro rimanda l'attribuzione degli incarichi di coordinamento asserendo che la normativa e incerta. L'articolo 4 del recente contratto del comparto disciplina ora l'istituto del coordinamento. Non riesco sinceramente a trovare alcuna novita o differenziazione rispetto a quanto era gia stato previsto dalla legge 43. E cosi, a vostro parere? (G.B.) L'applicazione della legge 43/2006 non e stata affatto semplice. In particolare, tutto l'articolo 6 sembrava avere valenza programmatoria e non di diretta applicazione, tanto e vero che il comma 3 prevedeva entro 90 giorni dall'entrata in vigore della legge l'adozione di uno specifico accordo StatoRegioni per definire i criteri e le modalita per l'attivazione della funzione di coordinamento. Altro aspetto che ha creato perplessita e stato il raccordo tra le disposizioni della legge 43 con le clausole del contratto collettivo il quale aveva gia da tempo regolamentato l'incarico di coordinamento e le modalita di conferimento (articolo 10 del Ccnl II biennio economico del 20 settembre 2001 e articolo 5, comma 2 del Ccnl integrativo sempre del 20 settembre 2001). Nel frattempo, in data 19 agosto 2007 e intervenuto il previsto accordo Stato-Regioni che ha ribadito che i requisiti per accedere al coordinamento sono quelli indicati dall'art. 6 della legge 43 e ha dettato una disciplina transitoria fino all'entrata in vigore del Ccnl. Lo scorso 10 aprile e giunto finalmente il contratto collettivo che effettivamente ha stabilito requisiti esattamente identici a quelli della legge, fatta salva la precisazione - francamente pleonastica -che nell'esperienza triennale in categoria D e ricompreso anche il servizio nel livello economico Ds. In ogni caso, fatte queste premesse e preso atto che si sono persi piu di due anni, si puo affermare che almeno ora il quadro normativo e certo e definitivo e
non ci sono piu incertezze interpretative.
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A CONTRATTO GETTONI PER INFERMIERI
Visto che il nuovo contratto del comparto non ha detto nulla in materia di prestazioni aggiuntive degli infermieri (cosiddetti "gettoni" o "superstraordinario"), è da ritenere legittima attualmente l'erogazione di tale beneficio? (L.M.)
Tale particolare forma di emolumento venne introdotta dal decreto legge Sirchia (decreto legge 402/2001) e prevedeva prestazioni aggiuntive per infermieri e tecnici rx in casi di carenza organica e in presenza di altre particolari condizioni. Il decreto e stato prorogato per ben quattro volte finche l'articolo 4 della legge 120/2007 ha definitivamente differito il termine del 31 maggio 2007 all'entrata in vigore del contratto collettivo del quadriennio 2006-2009. La scelta del legislatore dello scorso anno e pienamente coerente con i principi generali dettati dal decreto legislativo 2001 che individua la contrattazione collettiva come unica fonte abilitata a definire il trattamento economico dei dipendenti pubblici. Infatti l'articolo 2, comma 3, del decreto stabilisce che l'attribuzione di trattamenti economici puo avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi o, alle condizioni previste, mediante contratti individuali. Le disposizioni di legge, regolamenti o atti amministrativi che attribuiscono incrementi retributivi non previsti da contratti cessano di avere efficacia a far data dall'entrata in vigore del relativo rinnovo contrattuale¡í. Il primo contratto collettivo successivo alla legge 120/2007 (Ccnl del 10 aprile 2008) come e noto ha inserito all'articolo 13 tra le materie oggetto della sequenza contrattuale anche la disciplina delle prestazioni aggiunti e alla luce delle disposizioni contenute nella legge n. 120 del 2007. Ai sensi di quanto disposto dalla legge e vista la evidente volonta delle parti negoziali, ritengo che attualmente non sussista copertura normativa per ricorrere alle prestazioni aggiuntive - che peraltro erano rese in un particolarissimo regime di libera professione - e che per le esigenze straordinarie sia piu opportuno ricorrere agli istituti previsti dai vigenti contratti (lavoro straordinario, produttivita collettiva ecc.). a cura di Stefano Simonetti
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MANSIONI OPERATORE SOCIO-SANITARIO
Con la presente si chiede di conoscere se possa rientrare tra le mansioni dell'operatore socio-sanitario la somministrazione dei farmaci secondo le direttive impartite dal personale medico. (K.R.)
Ai sensi di quanto stabilito nell'accordo Conferenza StatoRegioni del 22 febbraio 2001 (allegato B), l'operatore sociosanitario in sostituzione e appoggio dei famigliari e su indicazione del personale preposto, e in grado di: aiutare per la corretta assunzione dei farmaci prescritti e per il corretto utilizzo di apparecchi medicali di semplice uso; aiutare nella preparazione delle prestazioni sanitarie; ... attuare interventi di primo soccorso; effettuare piccole medicazioni o cambio delle stesse; controllare e assistere la somministrazione delle diete; ... provvedere al trasporto di utenti, anche allettati, in barella-carrozzella¡í. Di conseguenza, l'operatore in argomento non potra procedere direttamente alla somministrazione dei farmaci, in quanto le sue mansioni devono ritenersi limitate all'ausilio del personale deputato alla somministrazione delle terapie farmacologiche, in "sostituzione" o in "appoggio" ai familiari dell'utente eventualmente presenti in struttura. Una simile interpretazione restrittiva sembrerebbe, peraltro, confermata da quanto stabilito dall'accordo stipulato in sede di Conferenza Stato-Regioni del 16 gennaio 2003, con il quale e stata istituita la figura professionale dell'operatore socio-sanitario con formazione complementare. Infatti, neppure a tale operatore (il quale ha, rispetto all'Oss semplice, una formazione specialistica in ambito sanitario), e consentita in via autonoma ¡ìla somministrazione, per via naturale, della terapia prescritta¡í, essendo previsto che tale attivita possa essere svolta dall'operatore socio-sanitario con formazione complementare solo dietro ¡ìdirettive del responsabile dell'assistenza infermieristica od ostetrica¡í o, comunque, sotto la sua supervisione (allegato A del citato accordo). a cura di Giovanni Costantino (Studio Costantino)
SANITA': PRIVATI NELLA GESTIONE DEGLI OSPEDALI. MA SECONDO L’OPPOSIZIONE E’ PRIVATIZZAZIONE TOTALE
domenica 28 settembre 2008
Il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio risponde alla stampa circa la presunta volontà del governo di privatizzare gli ospedali di alcune regioni. Non privatizzazione degli ospedali, ma la loro gestione con una partnership paritetica tra pubblico e privato. ''Nel programma di Governo - ha detto Fazio, intervenendo al Festival della salute di Viareggio - c'e' l'idea di attivare i fondi strutturali per finanziare le opere di riqualificazione degli ospedali con il 50% di finanziamento a fondo perduto e il 50% di project financing. Potrebbero dunque crearsi delle situazioni in cui, all'interno degli ospedali pubblici, ci saranno delle unita' gestite privatamente''. Secondo Il sottosegretario Fazio ''non si tratterà di una contrapposizione pubblico-privato ma di una realtà virtuosa contro una non virtuosa. All'inizio questo processo potrebbe riguardare le quattro Regioni della convergenza, - spiega il sottosegretario - cioè quelle che hanno al momento maggiori problemi strutturali, e per questo hanno accesso a finanziamenti ad hoc dell'Unione europea. Quindi Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Ma non è detto che l'ingresso dei privati nel pubblico non possa poi avvenire anche in Regioni come la Lombardia''. Fazio ha anche sottolineato che ''ogni anno lo Stato spende oltre 15 miliardi di euro per esami e ricoveri inutili'' e dunque ''e' indispensabile che il governo effettui una politica di controllo per evitare sprechi''. L'esecutivo, ha poi detto ancora, interverrà anche per ridurre il 'turismo sanitario'. ''Lo scorso anno - ha spiegato - abbiamo registrato solo in Sicilia 2500 nuovi casi di tumore alla mammella. Di questi il 43% e' stato curato in strutture sanitarie di altre regioni. Non è possibile continuare a mantenere questo livello di turismo sanitario. E' invece necessario creare le condizioni affinché il fenomeno diminuisca progressivamente. E - aggiunge Fazio - il federalismo fiscale vuole andare proprio in questa direzione perché è uno strumento utile con cui le Regioni si responsabilizzano''. Al Sottosegretario risponde l’ex Ministro Livia Turco che dice ai giornalisti che le chiedono un commento: ''Privatizzare gli ospedali'? Nulla di nuovo sotto il sole. Che la politica del governo fosse la privatizzazione della sanità si sapeva - ha aggiunto -. Nel libro bianco di Sacconi ci sono tante belle parole ma la sostanza e' che si vuole ridurre la sanità pubblica''. Un processo che , secondo la Turco, è già iniziato. Lo dimostrerebbe il “decreto 112, che ha imposto tagli alle regioni e una riduzione di 5 miliardi per i prossimi anni''.
"Mamme infermiere, niente part-time"
La Repubblica del 17/09/2008 , articolo di SARA STRIPPOLI ed. Torino p. 09
Il sindacato Nursing up: richieste negate in molte Asl del Piemonte Galanzino: "Non vogliamo mettere sbarramenti, ci serve soltanto un po' di tempo" P ART-time negato alle mamme infermiere. La denuncia arriva dal sindacato infermieri Nursing up che alla ripresa dell'attività autunnale segnala che le aziende sanitarie stanno interpretando in senso restrittivo il decreto Brunetta (la legge 112 del 25 giugno 2008), approfittando della discrezionalità riservata all'azienda per ridurre il numero dei part-time in ospedale. «La norma si sta trasformando in un boomerang che colpisce gli infermieri e i lavoratori di tutto il comparto pubblico», dice il segretario regionale Claudio Delli Carri. Il quale spiega che anche se le aziende sanitarie potrebbero arrivare ad avere una percentuale di dipendenti part-time pari al 25% del totale, in pratica nessuna Asl che ha ricevuto richieste da parte delle sue dipendenti ha di fatto concesso l'impiego a mezza giornata a partire proprio da fine giugno. «Ci lascia stupefatti che le aziende sanitarie del Piemonte abbiano interpretato il decreto Brunetta con una strumentalizzazione che di fatto penalizza gravemente una larga fetta di lavoratori - commenta Delli Carri - . La richiesta di part-time è sempre generata da necessità complesse, come quelle di una mamma nell'accudire i figli o di una famiglia che deve seguire un parente in difficoltà». Il sindacato per ora non ha numeri precisi sulle richieste negate, ma dice che il fenomeno interessa tutto il territorio regionale, ad eccezione della provincia di Cuneo, dove la percentuale del 25% era già stata raggiunta. Ma le segnalazioni arrivate in questi giorni dalle lavoratrici, in particolare dall'ospedale Molinette, dall'azienda sanitaria del Verbano, dalla To3, Rivoli, Pinerolo, Venaria, sono decine. «In generale riscontriamo una rigidità delle aziende, che non contemplano la possibilità di spostare i lavoratori in altri dipartimenti dove il part-time non creerebbe problesonale assistenziale, sono 500 su 2500, una percentuale attorno al 20 per cento. «Nessuna intenzione di mettere sbarramenti - la promessa di Galanzino - abbiamo soltanto bisogno di un po' di tempo. È ovvio che dove c'è il part-time, sia verticale sia orizzontale, non ci possono essere i turni e questo complica l'organizzazione». La questione però si allarga anche al tema degli orari, insiste il sindacato: «è assolutamente necessaria una riforma degli orari, con una redistribuzione dei turni operativi. Se prima non si risolvono questi problemi, venendo incontro alle famiglie anche tramite un piano regionale di sostegno e aumento degli asili nido in modo che possano avere orari più confacenti agli impegni dei lavoratori turnisti, come sono gli infermieri, il vero rischio è il caos totale mi dice ancora Delli Carri. Il direttore generale delle Molinette Giuseppe Galanzino replica alle critiche ricordando che prima del decreto Brunetta la sua azienda ha chiuso un accordo con le organizzazioni sindacali: «Abbiamo concesso un solo part-time nel caso di una lavoratrice in condizioni familiari difficili. Siamo in una fase di riorganizzazione e a novembre bandiremo un concorso».
Statali, il governo "abolisce" il contratto. Dal prossimo anno aumenti solo per legge
FONTE: Il Messaggero
A gennaio in arrivo 65-70 euro lordi
di Pietro Piovani
ROMA (24 settembre) - Il contratto dei dipendenti pubblici si può anche non fare. È il governo che decide quanti soldi in più mettere in busta paga, anche se i sindacati non sono d’accordo. Perciò, come già aveva annunciato il ministro Renato Brunetta, a dicembre si comincerà a pagare l’indennità di vacanza contrattuale (8-9 euro lordi al mese, più 115 euro una tantum di arretrati). E già da gennaio potrebbe arrivare l’aumento che il governo considera definitivo: 65-70 euro lordi.
Con un comma inserito nel testo della legge finanziaria, ieri il Consiglio dei ministri ha introdotto una norma davvero rivoluzionaria. Di fatto, si sancisce la fine della contrattazione sindacale nel pubblico impiego. Gli stipendi del personale possono essere rivalutati «mediante atti unilaterali». Il governo ha stanziato le risorse che ritiene opportune (circa 3 miliardi di euro), se i sindacati vorranno firmare un contratto utilizzando questi soldi bene, altrimenti gli aumenti saranno distribuiti ugualmente con una legge o un decreto.
Potrebbe essere vista come un ritorno al passato. Un tempo le retribuzioni dei dipendenti pubblici venivano decise per legge. Fu nel 1993 che si instaurò l’attuale sistema basato sui contratti nazionali, in virtù di una riforma voluta dall’allora sottosegretario socialista Maurizio Sacconi (oggi ministro del Lavoro). C’è però una differenza sostanziale fra il metodo seguito nella prima Repubblica e quello adottato adesso dall’esecutivo Berlusconi: allora gli aumenti erano sì previsti da un atto legislativo, ma venivano preventivamente concordati con le organizzazioni sindacali; oggi invece il governo sembra voler andare dritto per la sua strada, senza alcuna concertazione. Ha autonomamente indicato nella manovra economica i soldi disponibili, e non intende aprire trattative con i sindacati per aggiungere altre risorse. Viene insomma applicato quell’«approccio Thatcher» teorizzato da Brunetta: «Anche se non c’è l’accordo con i sindacati, si deve andare avanti» ha detto più volte il ministro.
La norma uscita dal Consiglio dei ministri in effetti lascerebbe aperta anche la possibilità di venire incontro ai sindacati. Il pagamento «unilaterale» degli aumenti potrebbe essere solo un gesto preliminare compiuto in favore dei dipendenti: per adesso si danno i soldi che ci sono, ma non si esclude un successivo «conguaglio all’atto della stipulazione dei contratti». Se così accadesse, si potrebbe parlare non di «metodo Thatcher», bensì di «metodo Marchionne» (la Fiat l’anno scorso diede ai suoi dipendenti un primo aumento unilaterale, per integrarlo poi quando sono stati firmati i contratti). Al momento però l’aria sembra diversa. E i sindacati, già in mobilitazione, parlano di sciopero. Salvatore Bosco della Uil annuncia «più incisive azioni di lotta», e Michele Gentile della Cgil definisce l’iniziativa del governo «quasi un golpe».
Salari, detassazione straordinari per statali in 2009 - Brunetta
martedì, 29 luglio 2008 8.59 38
Versione per stampa
ROMA (Reuters) - La detassazione degli straordinari sarà applicata in via sperimentale anche nel pubblico impiego a partire dal 2009. Lo ha detto il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta nel corso di una trasmissione su Radio24. "Sono il più grande alleato del sindacato sulla detassazione degli straordinari anche per il pubblico impiego. Non solo la voglio, ma l'ho scritto nel testo che si discuterà oggi a Palazzo Chigi", ha detto Brunetta riferendosi all'incontro di oggi con le parti sociali. "Dall'anno prossimo si comincia la sperimentazione nel pubblico nelle aree front office: dalla sicurezza agli infermieri", ha detto Brunetta.
Decesso, accertamento ai tecnici
Fonte: Il Sole 24 Ore Sanita' del 01/07/2008 N. 26 1-7 LUGLIO 2008 p. 24
Ora le aziende sanitarie dovranno applicare la normativa adeguando gli organici
Sono solo poche righe, ma fondamentali per il destino dei tecnici di neurofisiopatologia. Cui il nuovo decreto ministeriale dell'11 aprile scorso (pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 12 giugno), che aggiorna il regolamento sulle modalità per l'accertamento e la certificazione di morte, affida in via esclusiva «l'esecuzione delle indagini elettroencefalografiche sotto supervisione medica». Come stabilisce il punto 5 dell'allegato tecnico al decreto. L'ultimo tassello di un lungo percorso cominciato nel 1974 quando il Dpr 225, il mansionario dell'infermiere professionale, incluse l'esecuzione dell'esame Eeg tra le attività del nursing. Poi il regolamento ministeriale del 1994 e l'istituzione della figura del tecnico di neurofisiopatologia con il relativo profilo hanno fatto il resto. Inaugurando il progressivo trasferimento dell'attività dagli infermieri ai tecnici. Una trasformazione tutt'altro che indolore tanto che sia il Consiglio superiore di Sanità che il ministero sono scesi in campo, prima nel 1996 e successivamente nel 2003, per chiarire i termini del "passaggio di consegne". Stabilendo che solo gli infermieri, impegnati nell'esecuzione dell'Ecg prima del 15 marzo 1992, potevano continuare a svolgere questa attività. Nell'aprile 2004 una nuova puntata. Perché l'Ipasvi e l'Associazione italiana Tecnici di neurosifisiopatologia (Aitn) decisero di sottoscrivere un accordo con il ministero della Sanità. Per tentare di imprimere un colpo di acceleratore al trasferimento, confermando l'eccezione per gli infermieri che, alla data del 15 marzo 1995, avevano svolto «tale attività per almeno tre anni, in via continuativa a tempo pieno e in strutture specifiche». Stabilendo che quegli stessi infermieri non potevano essere «addetti ad eseguire anche agli altri esami di neurofisiopatologia, quali elettroneuromiografia, potenziali evocati, poligrafia e ultrasonologia (inclusi nel profilo dei tecnici, ndr)» e che il nursing addetto all'Eeg doveva essere «gradualmente riassegnato a specifiche competenze». Vero è che l'avvicendamento è andato a rilento anche se il ministero ha trasmesso a tutte le Regioni i contenuti dell'intesa firmata da Ipasvi-Aitn. «Alcune Regioni, in particolare l'Emilia Romagna - spiega Angelo Mastrillo , presidente dell'associazione dei tecnici di neurofisiopatologia -, già nel giugno 2004 avevano date precise indicazioni alle Asl per adeguare gli organici inserendo i tecnici al posto degli infermieri. Tale sostituzione avvenne anche in altre Regioni, seppure in maniera inferiore, mentre trovò scarsa applicazione in Lombardia e Veneto dove tuttora operano circa 170 infermieri». Insomma, le aziende si sono mosse a macchia di leopardo e si trovano ora a dover procedere alla sostituzione senza poter più contare sulla scappatoia prevista dal parere del Css del 1996. Certo il passaggio non sarà semplice e il numero uno dell'Ipasvi, Annalisa Silvestro , lo dice senza troppi giri di parole: «Noi abbiamo dato precise indicazioni alla dirigenza infermieristica affinché si sintonizzi su questa direzione, ma sappiamo bene quali difficoltà hanno le aziende nel trasferire le funzioni dagli infermieri ai tecnici per questioni di bilancio o problemi di natura economico-organizzativa, non certo di carattere professionale». Per le aziende, infatti, si apre il nodo della riallocazione delle risorse sottratte all'esecuzione dell'Eeg. «Gli infermieri addetti a queste funzioni - chiarisce Silvestro - sono in linea di massima, non tutti naturalmente, soggetti che hanno delle inidoneità e per questo motivo sono stati tolti dall'assistenza in corsia e assegnati ad altre attività». Un fattore che ha rallentato il percorso di adeguamento delle Asl e con cui le aziende dovranno comunque fare i conti. «Noi come federazione - conclude il numero uno dell'Ipasvi - vogliamo assicurare alla nostra dirigenza il pieno sostegno in termini professionali affinché si trovino soluzioni organizzative adeguate per risolvere queste problematiche». Celestina Dominelli
Nove infermieri 'reclutati' Destinazione Inghilterra
Fonte: Il Resto del Carlino del 22/07/2008 ed. Bologna p. 13
Quaranta candidati per tre ospedali di Leicester
«A BOLOGNA e in tutta l'Italia settentrionale abbiamo trovato una fonte altamente qualificata di infermieri. Quasi tutti si adattano bene nel nostro Paese e i loro profili professionali negli ospedali inglesi sono molto apprezzati». Nigel Mc Carley, rappresentante britannico di 'Idea Lavoro', la società bolognese specializzata nella ricerca di personale medico e paramedico per l'estero, è certo di aver 'pescato' bene anche questa volta. «Ho visto persone - dice durante un break della selezione che tra ieri e oggi ha interessato 40 candidati - con un curriculum interessante, e lo stanno dimostrando nei colloqui con Julie Croysdale e Justine Cadwallader, incaricate della selezione per i tre ospedali pubblici di Leicester». «Almeno nove tra donne e uomini esaminati oggi (ieri; ndr) - aggiunge Massimo Zivelli, responsabile marketing di 'Idea lavoro' - riceveranno la lettera con il contratto di lavoro entro una decina di giorni. Diciamo che hanno superato l'esame e lo stipendio sarà interessante: anche sui 4.800 euro al mese e l'alloggio». I CANDIDATI alle 9, arrivati soprattutto dalle città del Nord, erano nella hall dell'albergo a due passi dalla stazione in attesa del colloquio. Tra i primi una ragazza bolognese di 23 anni, infermiera specializzata di sala operatoria in una clinica privata («per cortesia, niente foto e niente nome», ha chiesto). «Il colloquio in inglese è stato molto meticoloso. Mi hanno chiesto di riconoscere da una foto i ferri chirurgici, cosa farei se si presentasse una situazione particolare, perché ho risposto all'annuncio e tante altre cose. Emozionata? No. Per me questa è un'occasione come un treno che passa. Se è quello giusto perché non prenderlo?». C'è chi ha problemi con l'inglese e sfoglia un dizionarietto per compilare le schede. «Lo parlo - spiega Elisa Bragato, 25 anni, infermiera all'ospedale di Dolo (Venezia) - ma a livello scolastico». Chi invece non ha problemi con la lingua di Shakespeare è Antoine Broccoli, 36 anni, americano di nascita e figlio di emigranti, infermiere al Sant'Orsola in rianimazione: uno dei 5 bolognesi candidati a lavorare a Leicester. «Se mi va bene parto con entusiamo. Ho moglie e un figlio piccolo, faccio fatica a tirare avanti con 1.400 euro al mese. E comunque è un'esperienza nuova». «La lingua non è un problema - dice Reji George, indiana di 38 anni che lavora al pronto soccorso dell'ospedale di Castiglione dello Stiviere -. Se mi assumono offro una cena agli amici».
Marco Tavasani
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Dagli infermieri un nuovo appello alle istituzioni Il Sole 24 Ore - NordOvest del 14/05/2008 p. 14
Fabrizio Pasquino Emergenza continua per gli oltre 38.600 infermieri del Nord-Ovest. La carenza di personale e di formazione, il cronico ricorso agli straordinari, l'elevato carico di lavoro e, oltre a ciò, un non adeguato riconoscimento economico, evidenziano la situazione allarmante in Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta. Nelle tre regioni occorrerebbero oltre 6mila infermieri in più. Particolarmente preoccupante la situazione nelle grandi città: solo a Torino mancano più di 3mila infermieri e a Genova più di mille. "Alle Regioni e alle Asl - dice Silvana Abram, responsabile del nucleo nazionale strategie sindacali di Nursing up, la rappresentanza nazionale autonoma degli infermieri - chiediamo che si facciano carico della questione infermieristica e, in particolare, delle dotazioni organiche e dell'investimento economico e politico ad esso correlato". Intanto il personale medico e amministrativo negli ultimi 5 anni è aumentato del 7,7%, mentre sono diminuiti del 2,3% gli infermieri. "La carenza infermieristica - spiega Giancarlo Mezzanato segretario provinciale del Nursind Torino, il Sindacato delle professioni infermieristiche - è creata ad arte: le Asl non bandiscono i concorsi, ma mancano gli infermieri che nella maggior parte dei casi vengono assunti da cooperative o interinali senza nessuna garanzia". Nelle strutture sanitarie dell'intero Piemonte la carenza di infermieri è calcolata intorno alle 4mila unità su un totale di 24.441 persone in attività, per quasi la metà concentrati a Torino (11.861) e di cui 2.444 stranieri. In Liguria, invece, su 13.401 infermieri (di cui 676 stranieri) mancano circa 2mila professionisti. "La professione infermieristica necessita di figure di supporto con le quali stabilire rapporti di collaborazione e delega, mantenendone la responsabilità e la supervisione dell'operato - dichiara la vicepresidente del collegio Ipasvi di Genova, Marina Daccà - figure alle quali poter delegare la parte manuale dell'assistenza". La situazione in Valle d'Aosta, anche se più rosea che non nelle altre regioni del Nord-Ovest, è comunque contraddistinta da carenza infermieristica. "Tabelle alla mano - spiega Giovan Battista De Gattis, referente del Nursing Up Valle d'Aosta - mancano circa 80 infermieri. Cifra che, se debitamente correlata al numero di infermieri operanti (circa 840), non appare del tutto irrisoria". www.nursingup.it www.nursind.it www.genova.ipasvi.it
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